01-04-2010

Come prevenire il rigetto cronico, al via un progetto con CORIT

a cura di Gloria Milan

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Risolvere il problema del rigetto cronico degli organi trapiantati attraverso la terapia genica. Questo è l'obiettivo di un progetto triennale (2010-2012), presentato il 25 Marzo a Milano dal Consorzio per la Ricerca sul Trapianto di Organi Tessuti, Cellule e Medicina Rigenerativa (CORIT) e Istituto Mario Negri, sostenuto economicamente da due Fondazioni di origine bancaria da sempre impegnate nella ricerca scientifica, la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e la Fondazione Cariplo.

Avendo la possibilità di poter parlare con il direttore scientifico di CORIT Emanuele Cozzi, gli abbiamo fatto alcune domande per saperne di più.

Dottor Cozzi, da chi verrà sviluppato concretamente il progetto?

Il progetto scientifico sarà sviluppato da un network di tre centri: l'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Bergamo (che è anche Centro Coordinatore), il Consorzio per la Ricerca sul Trapianto di Organi Tessuti, Cellule e Medicina Rigenerativa (CORIT) di Padova e il Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia (ICGEB) di Trieste.

Quali risultati conta di ottenere da questo progetto?

L'obiettivo è quello di prolungare la vita dell'organo trapiantato. Chi fa un trapianto (di rene, cuore o fegato) ha oggi 90 probabilità su 100 di stare bene a un anno dall'intervento chirurgico. Ma i risultati a lungo termine - 10/15 anni- non sono così buoni. È perché i farmaci antirigetto che si usano adesso hanno eliminato quasi del tutto il rigetto acuto (quello che si verifica entro un mese dal trapianto) ma non sanno contrastare quello che i medici chiamano rigetto cronico, una forma di danno progressivo all'organo che si manifesta negli anni e porta pian piano alla perdita della funzione del rene (o del cuore o del fegato). E così si deve fare un altro trapianto o, nel caso del rene, tornare alla dialisi.

Terapia genica? Cioè?

Alcuni anni fa, i ricercatori dell'Istituto Mario Negri di Bergamo hanno trasferito al rene del donatore, prima del trapianto, il gene che forma una proteina (in gergo tecnico si chiama CTLA4Ig) capace di ridurre, ma solo lì dove serve, l'attivazione del sistema immune, responsabile del rigetto. Il gene immunomodulatore è trasportato da un vettore che fa sì che la proteina si esprima nel rene per lungo tempo. Il rene così modificato viene trapiantato in un animale incompatibile. Se lo stesso trapianto si fa senza terapia genica gli animali sviluppano nel tempo un rigetto cronico, ma quelli che hanno ricevuto il rene modificato con CTLA4Ig non hanno segni di rigetto cronico.

Si profila un nuovo approccio e il vostro progetto proseguirà dunque su questa strada?

Il lavoro dei ricercatori del Mario Negri ha aperto una strada nuova per un problema ancora irrisolto nella medicina del trapianto ma servono ulteriori verifiche precliniche. È quello che faremo, insieme questa volta, noi di CORIT con i gruppi di ricerca di Giuseppe Remuzzi e Ariela Benigni dell'Istituto Mario Negri e di Mauro Giacca dell'ICGEB. Utilizzando un modello di rigetto cronico messo a punto nei primati, impiegheremo vettori virali nuovi e studieremo l'efficacia del trasferimento genico nell'impedire il rigetto cronico nel trapianto di rene che rappresenta un paradigma per future applicazioni in tutti gli altri trapianti di organi solidi.

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